Autore: mariocavuto

Visual identity e passaggio generazionale

Una delle fasi più critiche nella storia di un’impresa è il passaggio generazionale. Quando un’azienda passa da una generazione all’altra, non è mai un semplice per via del cambio di ruoli in organigramma, ma anche perché il testimone passa dal padre ai figli, generazioni cresciute in contesti storico-culturali completamente diversi. È un momento che porta con sé un’eredità di valori e una spinta naturale verso il futuro. C’è chi riceve in dono la solidità di un percorso costruito con fatica, e chi porta sul tavolo nuove idee, nuovi linguaggi, nuove prospettive. Questo incontro tra passato e futuro non è solo gestionale: è identitario.

Lo stile: voce del brand o firma del designer?

Negli ultimi anni ho notato una tendenza curiosa: alcuni studi e creativi usano sempre lo stesso stile, in qualunque progetto, per qualunque cliente. Un’estetica riconoscibile, una firma evidente, che funziona benissimo… ma soprattutto per il branding di chi progetta.
Per il cliente, invece? Non sempre è un affare.
Perché lo stile, quando parliamo di comunicazione, non è un cappotto prêt-à-porter che si infila a chiunque. È qualcosa che dovrebbe nascere intorno all’identità del brand, parlare la lingua del suo pubblico, farsi riconoscere dai clienti del cliente.

Inovatek costruzione logo vettoriale

L’identità nel segno dell’essenziale.

Negli ultimi anni, il design dei loghi ha intrapreso una rotta chiara: quella del minimalismo estremo. Curve semplificate, spessori uniformi, palette essenziali, assenza di tridimensionalità o effetti speciali. Un’estetica silenziosa, discreta, pulita. E sì, riguarda tutti: non solo i nuovi brand, ma anche i marchi storici che hanno riscritto la storia della comunicazione visiva.
Non è una moda passeggera. È la risposta a una serie di esigenze concrete e trasversali, che riguardano tecnologia, fruizione e contesto:

Il branding non è un vestito. È una direzione.

In più di 25 anni di lavoro ne ho viste di tutti i colori. Il cliente con un’identità visiva che non funziona e la tiene così com’è, perché solo l’idea di dover cambiare insegne, stampati e sito gli provoca un’orticaria nervosa. Quello tormentato, con un’identità a puzzle, ogni pezzo disegnato da una persona diversa. E poi c’è lui: il grande classico. Il logo fatto dal nipote, “che è tanto bravo a disegnare”.
Chi può biasimarli? Con la grafica non si salva il mondo, certo, ancor meno con la confusione e il disordine.

Design che invecchia? La grafica dagli anni ’90 a oggi.

Il graphic design ha sempre avuto un rapporto complicato con lo specchio. Ogni dieci anni si guarda, fa spallucce, cambia look e finge che non sia successo niente. Eppure, se lo osserviamo da vicino, si vede tutto: le rughe dell’analogico, i colpi di sole digitali, il filler dell’intelligenza artificiale.
Prendiamo gli anni ’90. Tempi in cui progettare significava controllare tutto: gabbie ferree, font da adulto responsabile, margini sacri come un altare. Il design era serioso, spesso severo. Si stampava, si impaginava, si mandava in tipografia col fiatone.

Ha ancora senso parlare di logo design nel 2025?

Sempre più spesso mi capita di vedere nuovi progetti imprenditoriali partire da un logo super illustrato, pieno di dettagli, magari pensato per la carta… come si faceva negli anni ’90, quando internet era roba per smanettoni e tutto doveva funzionare sulla stampa.
Ma nel 2025 ha ancora senso pensare un logo così?
La verità è che sì, il logo ha ancora un suo ruolo. Ma da solo non basta più.