Ha ancora senso parlare di logo design nel 2025?

Sempre più spesso mi capita di vedere nuovi progetti imprenditoriali partire da un logo super illustrato, pieno di dettagli, magari pensato per la carta… come si faceva negli anni ’90, quando internet era roba per smanettoni e tutto doveva funzionare sulla stampa.

Ma nel 2025 ha ancora senso pensare un logo così?

La verità è che sì, il logo ha ancora un suo ruolo. Ma da solo non basta più.

Oggi non si tratta più solo di “avere un logo”, ma di costruire una presenza visiva coerente e riconoscibile, capace di adattarsi a mille formati, contesti e cambiamenti. Il logo è un simbolo. Ma il simbolo, da solo, non regge l’intero discorso.

Parlare di visual identity significa cambiare prospettiva: non più solo estetica, ma strategia visiva, posizionamento, scelte tecniche consapevoli. Significa progettare qualcosa che possa funzionare su uno smartwatch, su TikTok, su un packaging, in bianco e nero, a 20 pixel o in movimento.

In un mondo in cui gli strumenti fanno magie in pochi clic, la vera differenza la fa il progetto: quello che tiene insieme colori, font, tono di voce, ritmo, struttura. Quello che costruisce un’identità, non un “disegnetto carino”.

Pensare che il logo sia ancora il centro della comunicazione è un po’ come usare il fax, i dvd, sms: nostalgico, ma fuori contesto.

Oggi un brand non vive più sulla carta, ma ovunque: su uno schermo, in movimento, dentro una notifica, in mezzo a una marea di stimoli.

E se continuiamo a ignorare tutto questo, rischiamo di parlare solo a noi stessi, o a un pubblico sempre più ristretto (e sempre più vecchio)… che legge le notizie di ieri da un quotidiano con l’enciclopedia in salotto.

Il mondo cambia. I brand devono saperlo ascoltare — e parlare la sua lingua.