Design che invecchia? La grafica dagli anni ’90 a oggi.
Il graphic design ha sempre avuto un rapporto complicato con lo specchio. Ogni dieci anni si guarda, fa spallucce, cambia look e finge che non sia successo niente. Eppure, se lo osserviamo da vicino, si vede tutto: le rughe dell’analogico, i colpi di sole digitali, il filler dell’intelligenza artificiale.
Prendiamo gli anni ’90. Tempi in cui progettare significava controllare tutto: gabbie ferree, font da adulto responsabile, margini sacri come un altare. Il design era serioso, spesso severo. Si stampava, si impaginava, si mandava in tipografia col fiatone. E l’identità visiva? Monolitica, come le Torri Gemelle. Era il tempo della fiducia nel sistema — o almeno, di una buona simulazione grafica della fiducia.
Poi arrivarono gli anni 2000, e con loro la rivoluzione gentile (ma non troppo) del digitale. Si smise di progettare “per sempre” e si iniziò a progettare “finché il browser non ci separi”. Il Flash regnava sovrano, le ombre portavano più volume di un amplificatore Marshall e ogni logo aveva il suo riflesso, come un narcisista felice. Il design, insomma, scopriva l’effetto speciale e ne abusava con l’entusiasmo di un bambino che ha trovato il filtro seppia.
Intorno al 2010, come dopo ogni sbornia, arrivò il minimalismo. Si ripulì tutto: via gli orpelli, dentro il bianco, Helvetica a pioggia, colori piatti come una playlist Lo-Fi. I designer diventarono UX, le aziende volevano apparire essenziali e rassicuranti, come una startup che vende silenzio. Era il tempo della funzionalità elegante, della progettazione “che non si vede, ma si sente”.
Poi, all’improvviso, il 2020. La personalità fa irruzione — e pretende attenzione. I brand vogliono sembrare persone, con tutto il corredo: ironia, nostalgia, sarcasmo, identità fluide e loghi che cambiano umore. Sì, il design torna a sporcarsi le mani, a mescolare vintage e glitch, serif e scribble, social e sentimenti. Siamo in piena era “dimmi chi sei, ma fallo con un tono unico e una palette imprevista”.
E oggi, nel 2025? Viviamo nel grande carosello delle possibilità. L’AI fa grafica più velocemente di quanto tu riesca a dire “layout adattivo”, le interfacce parlano, si muovono, ti ascoltano — forse ti giudicano anche un po’. Tutti possono fare grafica, certo. Ma non tutti sanno perché quella grafica funzioni (o non funzioni). È un mondo in cui l’identità non è più fissa: è un sistema, un set di regole che servono solo per essere elegantemente infrante.
E il designer? Sempre lì, a mediare tra tecnologia, cultura e senso. Un po’ psicologo, un po’ sociologo, un po’ DJ: mette insieme tutto e spera che la pista non si svuoti.
Perché, alla fine, la grafica continua a cambiare — ma riflette sempre lo stesso soggetto: noi, il nostro tempo e il nostro bisogno continuo di raccontarci con forma e colore.