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Dove finisce il gusto del cliente e dove inizia la responsabilità del creativo?

È abbastanza comune che durante lo sviluppo di un progetto, soprattutto quando sono coinvolte diverse figure e aziende, si vada incontro a qualche contrasto. Persone diverse per carattere, età, formazione e ruolo vedono inevitabilmente le cose in modo diverso.

Credo che questo accada in tutti i settori. Quello pubblicitario, però, è spesso invaso da una sorta di convinzione sistematica: che la percezione del mondo, individuale e soggettiva per definizione, sia una realtà empirica e che il ruolo del creativo sia semplicemente quello di mettere in bella le “ideone geniali” del cliente.

Su queste fondamenta spesso pericolanti dobbiamo costruire un progetto solido, cercando di risolvere più criticità possibili al grido di: “…vabbè, poi sei tu il grafico.”

Quando la pubblicità smette di vendere prodotti e inizia a costruire abitudini

Siamo abituati a pensare alla pubblicità come a uno strumento che intercetta bisogni già esistenti.
Hai fame, sete, bisogno di un’auto, di un profumo, di un telefono. Il marketing arriva dopo, cercando di convincerti che un prodotto sia migliore di un altro.

Ma la comunicazione più potente raramente si limita a questo.
A volte riesce a fare qualcosa di molto più profondo: trasformare un comportamento in normalità.

Ed è lì che un prodotto smette di essere solo un prodotto e diventa costume.

Quando un’idea muore in esecuzione

Nel nostro lavoro si tende a dare molto peso all’intuizione iniziale.
L’idea giusta, il concept, il guizzo.

Ma un’idea, da sola, non garantisce nulla, è solo un punto di partenza. Quello che determina il risultato finale è tutto ciò che viene dopo: le scelte, le interpretazioni, le mediazioni, i compromessi. È lì che spesso le idee si indeboliscono.

L’estetica dell’imperfezione

Per anni abbiamo inseguito la perfezione.
Immagini pulite, luci controllate, superfici impeccabili, colori calibrati al millimetro.
La qualità visiva era un obiettivo chiaro: più un’immagine era precisa, più risultava professionale. Più era perfetta, più funzionava. Oggi qualcosa è cambiato, sempre più spesso, le immagini che colpiscono davvero sono quelle imperfette. Un po’ sporche, leggermente fuori fuoco, con una luce non perfettamente controllata.

L’importanza strategica della presentazione al cliente.

Ogni presentazione di un progetto creativo, attraversa il momento delicato della presentazione. Il cliente guarda, osserva e quasi inevitabilmente inizia a reagire di pancia, valutando con il proprio istinto estetico: mi piace, non mi piace, cambierei questo, quel colore non mi convince.
È umano. Ma è anche il segnale che qualcosa nella presentazione non ha funzionato.

Se è stato fatto con un’intelligenza artificiale, può essere arte?

Questa domanda che circola da qualche anno negli ambienti creativi, è una di quelle più affascinanti che il nostro settore possa affrontare: un’immagine generata dall’intelligenza artificiale può essere considerata arte?

Siamo abituati a pensare all’arte soprattutto in un contesto rinascimentale, dove idea e tecnica andavano di pari passo, ma l’arte non è mai stata solo tecnica. Prima di rispondere, vale la pena fare un passo indietro.

Nel 1917 Marcel Duchamp acquistò un orinatoio in ceramica, lo firmò con lo pseudonimo “R. Mutt” e lo presentò come opera d’arte intitolata “Fontana”. Non lo scolpì, non lo dipinse e non lo toccò se non per spostarlo. Eppure quel comune oggetto industriale divenne uno dei lavori più discussi e influenti del Novecento.

Qualche decennio dopo, Yves Klein aprì una mostra a Parigi. Le pareti della galleria erano bianche e le stanze, vuote. L’opera si chiamava Le Vide, ovvero il vuoto. Non c’era nulla da vedere, ma c’era qualcosa di preciso da pensare.

E poi Lucio Fontana, con le sue tele tagliate. Un taglio. Una tela. Fine. Eppure dietro quel gesto c’era un pensiero radicale: rompere il piano pittorico per aprire uno spazio nuovo, fisico e mentale insieme. Non era la difficoltà tecnica del taglio a fare l’opera. Era l’idea che lo abitava. La mano era quasi un pretesto.

Allora cosa cambia con l’intelligenza artificiale? Quando un designer o un artista usa strumenti come Midjourney, Stable Diffusion o DALL·E, si verifica qualcosa di simile. Qualcuno formula un’idea, sceglie uno strumento, una direzione, seleziona tra centinaia di output, scarta, affina e ricombina. C’è un pensiero che guida il processo. Lo strumento esegue.

Naturalmente, si potrebbe obiettare che il modello generativo è addestrato su milioni di immagini create da altre persone: fotografi, illustratori e pittori e che quindi stia in qualche modo “rubando” linguaggio visivo senza darne merito, ma non è quello che fanno anche le persone in ambito artistico, scientifico, musicale? Isaac Newton, disse “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”.

Il vero nodo è altrove. Il problema non è lo strumento. È la consapevolezza con cui lo si utilizza. Ogni mezzo cambia la percezione di chi lo adopera e di chi osserva il risultato. Quando la fotografia è comparsa, ha spaventato i pittori. Sembrava segnare la fine della rappresentazione autentica del reale. Si diceva che non potesse essere arte, perché era troppo meccanica e automatica. Poi Cartier-Bresson ha inquadrato il momento decisivo e nessuno ha più messo in dubbio che dietro un obiettivo ci potesse essere uno sguardo.

Con le AI generative viviamo un momento simile. C’è disorientamento, resistenza e, soprattutto, molta confusione tra un uso superficiale dello strumento, generare immagini belle ma vuote e un uso consapevole, in cui il prompt è il progetto, la selezione è il giudizio e l’iterazione è il processo creativo.

Immagina un artista visivo che lavora da anni sul tema della memoria e dell’identità culturale. Decide di usare uno strumento generativo per creare una serie di ritratti di figure storiche dimenticate. Mescola fotografie d’archivio, stili pittorici dell’epoca e descrizioni testuali tratte da documenti storici. Il risultato è un corpo di lavoro coerente, visivamente potente, capace di raccontare storie che i libri non narrano. L’AI ha eseguito. Ma chi ha scelto il tema, costruito il metodo e curato la narrazione visiva? Chi ha deciso cosa mostrare e cosa escludere? Quella è ancora la firma dell’autore, anche se invisibile.

L’intelligenza artificiale non ha reso l’arte più semplice. Ha reso più semplice produrre immagini, che è una cosa completamente diversa. La vera sfida per chi lavora nella comunicazione visiva e creativa non è imparare ad usare gli strumenti generativi. È continuare a chiedersi perché si fa qualcosa, per chi e con quale intenzione. Perché l’arte se vogliamo continuare a usare questa parola senza imbarazzo non è mai stata nel gesto. È sempre stata nel significato. E il significato, anche oggi, deve essere creato da qualcuno.

Le idee non sono per sempre.

Nella pubblicità, come in ogni altra arte creativa, siamo abituati a pensare che “una volta si faceva meglio” o che “un’idea è per sempre”. In realtà, ogni progetto è figlio del suo tempo: è un dialogo vivo con la cultura, il linguaggio e la sensibilità del momento in cui viene alla luce. Se provassimo a riproporre oggi alcuni dei più grandi successi del passato, ci accorgeremmo che molti di essi, pur avendo fatto la storia, oggi risulterebbero quasi indecifrabili o, peggio, respingenti.

Se provassimo a riproporre oggi alcuni dei più grandi successi pubblicitari del passato, ci accorgeremmo che molti di essi, pur avendo fatto la storia, oggi risulterebbero quasi indecifrabili o, peggio, respingenti. Il motivo è semplice: se cambia l’aria che le persone respirano, il messaggio soffoca.

Tre esempi che hanno segnato epoche diverse, ma che oggi apparterrebbero a un mondo che non esiste più.

Oltre l’estetica: cosa ci insegna la fotografia di avanguardia sulla composizione

Nell’era del sovraccarico visivo, cosa rende un’immagine davvero efficace?
Spesso pensiamo che la fotografia di moda sia solo “stile”. In realtà, come accade in tutte le discipline visive, i progetti più riusciti poggiano su fondamenta secolari. L’occhio del pubblico è addestrato al bello da centinaia di anni di arte.

In questo esercizio che ho realizzato con un’AI generativa, ho voluto applicare consapevolmente questi principi. Anche quando lo strumento cambia, le regole della composizione restano.

Quando la pubblicità parla ai sensi

Quando la pubblicità parla ai sensi

Le emozioni sono il vero motore della pubblicità.

Non perché siano irrazionali, ma perché sono il filtro attraverso cui le persone attribuiscono valore, costruiscono ricordi e prendono decisioni. In un mercato in cui prodotti e servizi sono sempre più simili, ciò che resta davvero distintivo è il modo in cui un brand riesce a farsi sentire.

Sentire, appunto. Non solo vedere.

I sensi sono la scorciatoia più diretta verso l’emozione.

Prima del ragionamento, prima del confronto, prima del giudizio.