Categoria: Design

Il branding non è un vestito. È una direzione.

In più di 25 anni di lavoro ne ho viste di tutti i colori. Il cliente con un’identità visiva che non funziona e la tiene così com’è, perché solo l’idea di dover cambiare insegne, stampati e sito gli provoca un’orticaria nervosa. Quello tormentato, con un’identità a puzzle, ogni pezzo disegnato da una persona diversa. E poi c’è lui: il grande classico. Il logo fatto dal nipote, “che è tanto bravo a disegnare”.
Chi può biasimarli? Con la grafica non si salva il mondo, certo, ancor meno con la confusione e il disordine.

Design che invecchia? La grafica dagli anni ’90 a oggi.

Il graphic design ha sempre avuto un rapporto complicato con lo specchio. Ogni dieci anni si guarda, fa spallucce, cambia look e finge che non sia successo niente. Eppure, se lo osserviamo da vicino, si vede tutto: le rughe dell’analogico, i colpi di sole digitali, il filler dell’intelligenza artificiale.
Prendiamo gli anni ’90. Tempi in cui progettare significava controllare tutto: gabbie ferree, font da adulto responsabile, margini sacri come un altare. Il design era serioso, spesso severo. Si stampava, si impaginava, si mandava in tipografia col fiatone.

Ha ancora senso parlare di logo design nel 2025?

Sempre più spesso mi capita di vedere nuovi progetti imprenditoriali partire da un logo super illustrato, pieno di dettagli, magari pensato per la carta… come si faceva negli anni ’90, quando internet era roba per smanettoni e tutto doveva funzionare sulla stampa.
Ma nel 2025 ha ancora senso pensare un logo così?
La verità è che sì, il logo ha ancora un suo ruolo. Ma da solo non basta più.