100 anni di grafica italiana intorno a una sola domanda.

Qualche giorno fa ho visto un video che raccontava la storia della grafica italiana in meno di un minuto: Cappiello, Marinetti, Boggeri, Munari. Io ho vissuto solo una parte di questa storia in prima persona, il resto leggendo, ma mi ha sempre colpito il fatto che ogni volta che cambiavano gli strumenti cambiava anche il modo di pensare il mestiere.

Prima l’immagine. All’inizio del Novecento stampa industriale e prodotti di massa trasformano il manifesto in uno strumento di comunicazione. Leonetto Cappiello costruisce personaggi e slogan che restano in testa.

Poi la rottura. Nel 1913 Marinetti pubblica L’immaginazione senza fili e le parole in libertà. Il Futurismo porta in tipografia un’idea che oggi ci sembra ovvia: il modo in cui scrivi una cosa fa parte di ciò che dice.

Poi il progetto. Tra le due guerre Federico Seneca capisce prima di altri che marchio, confezione e manifesto devono parlare la stessa lingua. Nel 1933 Antonio Boggeri apre a Milano il suo studio, dove grafica, fotografia e tipografia lavorano insieme. Il grafico smette di essere un artista che illustra e diventa un progettista.

Poi l’industria. Nel dopoguerra la grafica entra nelle fabbriche. Olivetti capisce che l’immagine di un’azienda è identità, non solo pubblicità. Logo, colori e segnaletica diventano un sistema.

Poi di nuovo la rottura. Nel 1981 nasce a Milano Memphis, attorno a Ettore Sottsass: colori accesi, decorazione, ironia. È più design che grafica, ma lo spirito è lo stesso.

Poi lo schermo. Ho iniziato nel 1999. Arrivavo dalla street art e il passaggio al digitale mi ha aperto un mondo.
Nei primi anni mi hanno affiancato a un grafico sulla cinquantina che aveva visto tutto, dalla camera oscura al digitale. Ascoltarlo raccontare mi affascinava e allo stesso tempo mi terrorizzava: non smettere mai di studiare è il mio modo di esorcizzare il tempo che corre veloce. Questo lavoro è fatto di software, pensiero, teoria della comunicazione, e tutto cambia in fretta: il software diventa sempre più evoluto, le persone cambiano e con loro i linguaggi, quindi il modo di comunicare.

E oggi. Si può produrre quasi tutto in un pomeriggio, ma avere più possibilità non vuol dire comunicare meglio: pesa di più la scelta di cosa vale la pena produrre.
La tecnologia cambia di continuo. La domanda alla base del mestiere, no: cosa devo dire, a chi, e come mi faccio capire?